Dizione, questa sconosciuta

Corso di dizioneAlle scuole elementari (con maestro unico o pluri-maestri, con o senza grembiulino) dovrebbero averci insegnato (quando si parla d'insegnamento nelle nostre scuole è sempre bene usare il condizionale) che le vocali nella lingua italiana sono cinque: a, e, i, o, u. Ma nessuno, se non in casi straordinari, ci ha indicato che dal punto di vista fonetico le vocali sono sette: a, è, é, i, ó, ò, u. E che l'accento aperto (quello che va da sinistra verso destra, dall'alto verso il basso, es: ò) e quello chiuso (da destra verso sinistra, dall'alto verso il basso, es: ó) caratterizzano il suono delle parole a seconda dove cade l'accento tonico, grazie a precise regole di dizione. E’ al quanto bizzarro che in un paese dove i suoi autorevoli docenti lottino da sempre per migliorare la scuola, si trascuri l'uso corretto della lingua parlata. Sovente spendiamo molti quattrini per mandare i nostri giovani a fare degli stage all'estero per imparare la corretta pronuncia di una lingua straniera, infischiandocene invece della nostra. Oramai in televisione la dizione "corretta" è l'italico-romanesco: in questo periodo, ad esempio, si parla molto de "la-borza-de-New-Yorke". Ci sono illustri personaggi con cariche istituzionali che dicono "evidentemènte" (con la penultima "è" aperta simile ad una "a") o che discutono di qualche "ente" pronunciando la prima "é" chiusa, dove invece andrebbe pronunciata aperta "è". Senza andare nel difficile con la pronuncia delle "s" e delle "z".

Ma secondo voi, i nostri insegnanti di lettere pronunciano correttamente le parole? Io non credo. Sembra che in Italia la dizione sia materia esclusiva per chi vuole fare del teatro: a quanto pare non frega nulla a chi insegna, a chi vuole fare del cinema (ci sono i doppiatori, i quali hanno studiato dizione) e tanto meno chi bazzica in tv. Di fronte alla telecamera, come ho già affermato, va benissimo il romanesco, talvolta piace una leggera cadenza partenopea (ritenuta folkloristicamente simpatica), mentre quella toscana è tollerata in quanto madre dell'idioma e strumento comico di alcuni registi/attori, "acculturati".

Al nord furoreggia la cadenza lombarda: fa molto imprenditore. E' aborrita invece quella piemontese, bergamasca e veneta. Il Gabibbo è riuscito a portare alla ribalta quella ligure, però esclusivamente in chiave umoristica. Ma vi immaginate se vostro figlio o vostra figlia frequentasse un corso di francese dove l'insegnate invece di pronunciare la "r" in modo gutturale la pronunciasse diversamente? O se un insegnante d'inglese non mettesse la lingua tra i denti per pronunciare "the". Ebbene molti nostri docenti d'italiano non applicano la differenza fonetica tra "tè" e "té": uno bevanda, l'altro pronome. Oppure tra "rè" (nota musicale) e "ré" (monarca) o la più elementare, ma fondamentale differenza, tra "è" (verbo essere) ed "é" (congiunzione), vantandosi magari di conoscere perfettamente una lingua straniera in modo scritto e parlato. Attenzione, questo non vuol dire dimenticare le proprie radici, ognuno di noi può conoscere e parlare tranquillamente il proprio dialetto, senza però dover contagiare a tutti costi la lingua nazionale. Così come chi si è laureato in lingue straniere non si mette a parlare italiano con la cadenza di un inglese, o un francese, o, nel caso del tedesco, come Papa Ratzinger.

 

 

 

 

 

 

 

(Antonio Cracas)

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